Don Maurizio Patriciello, il prete che non assaolve chi inquina

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Don Maurizio Patriciello, il prete che non assaolve chi inquina

Ven, 12/16/2016 - 12:27
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FRA RIFIUTI TOSSICI E DEGRADO: A TU PER TU CON IL SACERDOTE CHE, NELLA TERRA DEI FUOCHI, SI BATTE PER LA
SALUTE DEI CITTADINI. E CHE DELL’ENCICLICA DI FRANCESCO DICE: «È UNA BENEDIZIONE, CI FA RESPIRARE».

Gli brillano gli occhi nel leggere l’enciclica del Papa quando parla di ambiente e di rispetto della terra. «È una benedizione, ci fa respirare come Chiesa», ammette con una parlata veloce. «Ma non mi sono meravigliato, solo Francesco poteva scrivere il Laudato Sii». Siamo a Caivano, tra Napoli e il Casertano, cuore della Terra dei fuochi. Maurizio Patriciello, alto, vestito di scuro, è per tutti padre Maurizio, poiché nel Napoletano i fedeli al “don” preferiscono, per i sacerdoti, il “padre”. Per il sacerdote, ancora con i rifiuti in strada e un sopralluogo da fare per l’ennesima scoperta di fusti tossici, l’enciclica di Francesco è una boccata di ossigeno. Un sostegno.
«Organizzeremo una veglia per il Papa e per l’enciclica», annuncia entusiasta.
Ma qual è la storia di don Patriciello? Facciamo un passo indietro al 2013 quando, come un papà preoccupato per i figli, va a chiedere al prefetto come stava quella terra su cui si sentivano tante dicerie riguardo all’amianto. Non sapeva che, dopo quel 17 ottobre, la sua storia sarebbe cambiata per l’ennesima volta. Aveva già un senso quando, da infermiere, serviva i sofferenti. Paramedico scrupoloso, lavorava a 100 metri da casa. Poi un passaggio in auto a un bizzarro francescano rinnovato, quelli che per ubbidienza alla povertà, scalzi, viaggiano in autostop, lo aveva incuriosito.
Proprio lui, lontano dalla Chiesa da tanto tempo. 
Alla fine Patriciello a 30 anni si iscrive a Teologia e poi diventa prete. Il vescovo lo invia a Parco Verde di Caivano, dove si contano 13 piazze di spaccio per un business di 100 milioni di euro all’anno. Un quartiere sorto dopo il sisma del 1980, una somma di povertà, da quella psicologica a quella lavorativa e morale. Lì si avvertono dei fetori terribili. Il sospetto è che vengano bruciati rifiuti industriali.
A volte, per la puzza, non si riesce a celebrare la Messa. Nelle notti d’estate non si dorme, con il caldo asfissiante e i termoconvettori a palla. In una di queste “veglie” il prete non ce la fa più.
«Erano le 3, sudavo, dovevo reagire». Apre il computer e scrive su Facebook: «Sono don Maurizio Patriciello, chi non può dormire per il tanfo?». Sino alle 6 è in chat con migliaia di cittadini sfiniti dalla puzza. L’indomani va dal vescovo: «Tutti tacciono ma noi dobbiamo reagire», dice a monsignor Angelo Spinillo, appena giunto in diocesi, ad Aversa.
E arriva il fatidico 17 ottobre quando, suo malgrado, irrompe nei telegiornali di mezzo mondo.
Fioccano articoli tradotti in svariate lingue per un incidente diplomatico con il prefetto di Napoli De Martino. Don Maurizio voleva allertare le autorità sull’emergenza di una natura violentata dai roghi al veleno che illuminavano le notti napoletane. Invece è brutalmente zittito per la sua mancanza di rispetto: non aveva dato dell’“eccellenza” al prefetto. Uscendo dal palazzo medita: ha fede che non sia vana l’umiliazione subita.
Ed è così. Una ragazza assiste alle urla del prefetto e posta tutto sul web. In due giorni l’opinione pubblica, giornalisti ed europarlamentari, chiedono le dimissione di De Martino e parlano di roghi e rifiuti interrati. Potenza dei media. «Siamo stati strumenti della Provvidenza», esclamava sorridendo l’instancabile prete quando, accettando le scuse, va dal prefetto a donargli un crocifisso. Un contemporaneo fioretto francescano per descrivere un uomo testardo, che non vuole tacere di fronte ai funerali di giovani e ragazzi di 10 o 24 anni in inquietante aumento.
A proposito dell’enciclica, a don Patriciello piace quando Francesco parla dell’ambiente nell’ottica del disegno di Dio: un giardino coltivato e custodito per chi verrà dopo. «Attenzione, un giardino non soggiogato, ma curato dall’uomo», sottolinea. «Non possiamo distruggere il creato. La globalizzazione dell’indifferenza ci porta alla teoria dello scarto», spiega ancora, seduto nella parrocchia di San Paolo. Il Pontefice chiama la terra «la casa comune», le risorse non sono infinite, come l’acqua. Il divario Nord-Sud, ricchi-poveri è costante. La società del consumo ha allargato le problematiche della distruzione. Poi, a buon diritto, si sente coinvolto dal documento. «Un conto è parlare dell’ambiente su un’isola ai tropici, un altro quando sei in un posto in cui devi sbarrare le finestre e non puoi respirare per la puzza».
In quest’uomo, che come un piccolo nuovo Mosè sta guidando una comunità alla consapevolezza che il diritto alla vita è anche per loro, affiorano i ricordi di quando è andato dal Papa. «La salute e la dignità umana vengono prima di ogni altro interesse. Ce lo disse il Santo Padre salutando il popolo della Terra dei fuochi. Bergoglio è un pontefice che arriva da un Sud», ricorda. Le battaglie di Patriciello continuano, perché ancora la politica non ammette il nesso di causalità con quello che accade da anni: scarti industriali e malati in aumento. «Ma quale cattiva alimentazione o stile di vita sbagliato», sbotta pensando a troppe bare bianche accompagnate al camposanto.
Conversione ecologica, ma anche conversione generale. Rapporto con Dio, l’ambiente, le persone. 
L’enciclica è rivolta a tutti, afferma il sacerdote, e parla a noi cristiani. «La Chiesa si deve sentire francescana. Dio Padre ci unisce, anche nel rispetto della natura. Rovinare l’ambiente significa rubare un bene, la terra e la sua salubrità, a chi verrà domani. Il Papa dice che non si può risolvere il problema di volta in volta, come volevano fare qui, 50 milioni di euro tra Campania e Puglia: inutili.
Oppure con l’esercito. Sarebbero dovuti arrivare i soldati a presidiare i campi». Dice invece al Governo di aumentare il numero dei carabinieri nelle caserme. Altrimenti si perde il senso di tutto.
«Non sopporto di essere ingannato dai camorristi ma nemmeno dallo Stato», afferma quando dalle parole non si è passati ai fatti. Adesso don Maurizio aspetta il presidente Mattarella: «C’è bisogno di non ridimensionare questo grande problema; in troppi volevano che rimanesse nell’oblio».
Mentre è quasi l’ora della Messa arrivano ad ascoltarlo in tanti anche da altri paesi. «Veniamo da anni: è un testimone fedele», dichiara una signora mentre sistema Credere, Avvenire e le altre riviste della “buona stampa”, in fondo alla chiesa. Il Tau sempre al collo serve per ricordargli l’amore per san Francesco. Non era quella la sua strada? «No, francescano no: con quell’austerità sarei morto, mica sono un supereroe!», dice ridendo. C’è anche bisogno di un sorriso per sdrammatizzare, nella chiesa al Parco Verde.

Testo di Nicola Nicoletti