Il Venerdì Santo

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Il Venerdì Santo

Ven, 03/30/2018 - 23:36
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Omelia del Venerdì Santo in Cattedrale

don Marco Statzu

Conosciamo tutti la gravità di una sera come questa: penso che tutti abbiamo avuto nella vita almeno una volta un lutto grave, di un parente, di un genitore, di un figlio, di un fratello, di un amico. Conosciamo tutti lo schianto e l’annientamento di situazioni simili, il pianto, l’incapacità di parlare, il rivivere quegli ultimi istanti e raccontarli solo con tante lacrime anche dopo molti anni... Tutto questo non è lontano dalla nostra esperienza. Così, quando il Vangelo ci parla di perdono, possiamo essere un po’ scettici perché spesso facciamo difficoltà a perdonare; quando ci parla di preghiera non capiamo bene perché neanche noi sappiamo pregare; ma quando ci parla del dolore stiamo ad ascoltare, perché conosciamo bene questa realtà. (Eb 4-5) In tutte le chiese del mondo oggi e domani si fa memoria della morte e della sepoltura di Nostro Signore Gesù Cristo: non è un semplice anniversario, come quello per ricordare i nostri morti. Noi ne facciamo memoria attraverso alcuni elementi: il racconto di ciò che avvenne, l’adorazione della croce e l’eucaristia condivisa.

Il racconto di ciò che avvenne. Gli esperti ci dicono che i vangeli sono come una grande introduzione al racconto della Passione di Gesù, che occupa una parte consistente di ognuno di essi: da un punto di vista quantitativo, la maggior parte del testo di ogni singolo vangelo racconta la Passione di Gesù: una settimana su trent’anni. Perché? Certamente perché i discepoli e le prime comunità cristiane hanno riconosciuto che in quelle poche ore, tutta la vita di Gesù trovava come il suo senso e la sua consacrazione: come se tutto ciò che egli aveva fatto, passando facendo del bene e guarendo, trovasse compimento nella sua morte. E questa è una cosa un po’ strana, perché in effetti la morte pone fine alle nostre azioni, e noi diciamo con il buon senso, che la nostra vita si gioca quando siamo vivi, non quando stiamo morendo. Con Gesù però è accaduta una cosa non trascurabile: i discepoli hanno visto nel suo arresto, nel suo processo, nella sua condanna, nella sua morte così ingiusta, un segno definitivo. Raccontandoci con tanta attenzione la Passione ci dicono: Ecco per cosa è venuto Gesù: non solo per predicare il regno di Dio con parole e con segni e miracoli, ma finalmente per predicarlo con la sua stessa vita, con il suo stesso corpo. Non più parole o azioni, ma sé stesso. Egli è diventato in qualche modo la spiegazione di ciò che ha predicato e dei miracoli che ha compiuto nella sua vita. E lo è diventato nel momento in cui la parola gli veniva difficile da pronunciare, e le azioni impossibili perché inchiodato sulla croce.

Il paradosso di Gesù di Nazaret sta qui: egli è Dio nel momento in cui appare come un semplice uomo condannato a morte tra malfattori, debole e sfortunato, inguardabile e riprovevole. (Is 52-53) Così comprendiamo il senso delle sue parole, quando aveva detto che è necessario che il chicco di grano sia gettato a terra e muoia per fare frutto, o quando aveva detto: beati i perseguitati a causa della giustizia, o quando ancora disse: Non c’è amore più grande di chi dà la vita per i suoi amici. Le parole dell’evangelista Giovanni relative alla sua venuta nel mondo, «Il verbo si fece carne» possiamo applicarle anche all’evento della croce nei vangeli: «Il racconto si è fatto persona», e quella persona è appesa alla croce. San Paolo, rivolgendosi ai Corinzi dirà: «Quando venni tra voi io ritenni di non sapere altro in mezzo a voi se non Gesù Cristo, e Cristo crocifisso».   

E questo è ciò che vorremmo anche per noi stessi: che la nostra vita a un certo punto, arrivasse a maturazione non attraverso delle belle parole che siamo capaci di dire, o dei bei gesti di bontà che siamo capaci di fare, ma in tutto noi stessi, nelle nostre fibre più profonde e intime, persino in quelle cose che non siamo capaci di esprimere con parole o con fatti. Arriva un momento in cui vorremmo non solo fare delle cose buone, ma essere amore, essere completamente inondati dalla bontà, dall’amicizia, essere trasparenti, con tutto noi stessi: fiorire! Ecco dunque perché il racconto: perché quell’evento parli anche a noi oggi, perché quelle parole testimoniano un evento compiuto nella vita di Gesù che è in grado di illuminare il nostro presente, la nostra vita, di trasformarla persino!

[Amico, basta oramai. Se vuoi leggere ancora, Va’ e diventa tu stesso la Scrittura e l’Essenza. (Angelus Silesius)]

L’adorazione della croce. Per lunghi secoli i cristiani, che pure dipingevano le tombe, non rappresentarono la croce, se non sporadicamente. Essa era un simbolo troppo cruento, perché ancora per molto tempo veniva usata come patibolo: gli storici affermano che la croce era una forma di condanna a morte infamante, riservata agli schiavi e agli stranieri, non ai cittadini romani. Negli occhi e nel cuore di tante persone, l’impressione della croce richiamava la macabra usanza romana, la loro violenza, il sangue e il dolore, la persecuzione. 

Il Venerdì Santo noi adoriamo la croce, cioè le riserviamo un gesto di tenerezza, un bacio o una carezza. Perché diamo un bacio a uno strumento di morte? È come se il figlio di un condannato alla fucilazione baciasse la pistola del soldato che ha dato il colpo di grazia: è contraddittorio. Sì, in un certo senso lo è. La croce ci mostra l’uomo che decreta l’inutilità dell’uomo, dell’innocente soprattutto, tanto da ucciderlo. Dio aveva detto vedendo la sua creatura: «è cosa molto buona». Ma l’uomo vedendo il suo simile dice: Uccidiamolo! Il mondo è pieno di croci! La croce ci dice che Dio resiste alla violenza dell’uomo sull’uomo, accettando di assumerla in prima persona: la croce è l’unica vera resistenza possibile al male. Ecco perché occorre prenderla e portarla, dietro di lui: per essere più umani! Da strumento di morte, essa è diventata quello che nessuno avrebbe potuto immaginare: il modo per ricondurre gli uomini a Dio dando la propria vita, consegnandosi in totale affidamento al Padre alla desolazione della morte. Così noi possiamo adorarla senza essere masochisti, e senza adorare la sofferenza che quella croce ha causato: in essa ci è dato di vedere quanto Dio ha amato il mondo, fino a donarci il suo unico Figlio. Perché quella croce, e a partire da essa ogni croce, ci ricorda che essa non è l’ultima parola sulla nostra vita, ma la penultima. Che l’ultima parola sulla nostra vita ce l’ha Dio, ed è una parola di risurrezione.

L’eucaristia condivisa. Il terzo segno che faremo questa sera è ricevere l’eucaristia che è stata consacrata ieri, Giovedì Santo. In quella sera nella quale Gesù fu tradito egli non volle lasciare soltanto un souvenir di sé stesso, come una fotografia o un testamento, ma un rito attraverso il quale poter entrare in comunione con lui non solo con la nostra memoria, ma spiritualmente e materialmente. E questo rito è l’Eucaristia, la celebrazione del suo dono d’amore attraverso un cibo, del pane e del vino, che ci permettono di partecipare alla sua morte e risurrezione. L’eucaristia è il modo che Egli ci ha donato, che egli ha voluto e desiderato, per personalizzarci il suo amore: amore sproporzionato e non necessariamente reciproco. Pensiamo alle nostre relazioni: quando abbiamo amato qualcuno senza esserne ricambiati, quanta frustrazione abbiamo sperimentato? Quanto imbarazzo? Come per gli adolescenti, quando si fidanzano “ma lei non lo sa”...Eppure Dio è così: in lui c’è il desiderio estremo di incontrare questa sua umanità, di incontrare noi, ciascuno di noi... e noi il massimo che ci sentiamo di fare, sovente, è dire: «Ma sì, dai, oggi è domenica, dedichiamogli un’oretta, ma sbrighiamoci! Ho cinque minuti: preghiamo un po’, che poi ho altro da fare». Potrebbe darsi che noi non abbiamo desiderio di Dio, fame di Dio, ma soltanto di cose molto ordinarie: un lavoro, la salute, una famiglia, degli amici. Se proviamo a essere autentici nei nostri desideri, pian piano sperimenteremo una sete più grande, un desiderio più forte: di senso, di significato anche per quei nostri piccoli desideri ordinari. Perché, come dicevamo prima, non solo qualcosa di noi, ma tutta la nostra vita fiorisca! Stasera siamo qui allora, perchè tutto questo, tutta la vita, tutto il male, tutto il dolore del mondo, trovi senso a partire da questo racconto che si rende presente in mezzo a noi in Gesù Cristo, attraverso questa croce che ci pone davanti la misura dell’amore, e ricevendo l’eucaristia, che ci alimenta per dirci il desiderio che Dio ha di noi, perché anche noi possiamo desiderare lui nella nostra vita. Solo un amore così, l’amore di Gesù crocifisso, amore sino alla fine, può dare speranza anche alle nostre disperazioni, alle nostre delusioni, alla nostra croce. E così sia.

30 marzo 2018 - Venerdì Santo

Ales - Cattedrale Santi Pietro e Paolo