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Omelia della Messa Crismale - 29 marzo 2018

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Omelia della Messa Crismale - 29 marzo 2018

Gio, 03/29/2018 - 01:10
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Carissimi fratelli e sorelle, carissimi sacerdoti,

 La celebrazione della Messa Crismale è occasione privilegiata durante l’anno liturgico per manifestare visibilmente l’unità, la varietà e la ricchezza della Chiesa nei suoi ministeri e carismi. Infatti siamo qui come assemblea di cristiani rinati nel battesimo, convocati dal Signore attorno al Suo altare, portando ciascuno la bellezza della propria vocazione e rendendo visibile quel dialogo di servizio reciproco e di presidenza che deve caratterizzare la relazione tra il vescovo e il suo presbiterio, i presbiteri con le loro comunità cristiane e i cristiani di nuovo in dialogo con i loro pastori e il loro vescovo.

  1. Il Signore ci chiama a mantenere questo dialogo che edifica la Chiesa, ad aprirci all’invito che egli farà ai discepoli nell’ultima Cena e che ripete anche a noi oggi: “voi dovete lavarvi i piedi gli uni gli altri” (Gv 13,14). In una parola, tutti siamo chiamati, ciascuno secondo la sua vocazione, a servire i fratelli.

Per la seconda volta, da quando sono vescovo della Diocesi, presiedo questa celebrazione. La mia preghiera e lode a Dio si arricchisce del vissuto di questi due anni e soprattutto degli incontri e dialoghi con i sacerdoti e tanti cristiani, del cammino fatto insieme come chiesa diocesana e come comunità cristiane particolari; delle fatiche vissute, dell’entusiasmo e del desiderio di impegnarsi a rispondere con generosità alla nostra vocazione.

  1. Mi rivolgo ora al mio presbiterio. Dinanzi al Signore sento di esprimere gratitudine, il mio grazie, a ciascuno di voi, sia impegnati direttamente nelle comunità come parroci, sia come collaboratori parrocchiale. Lo sguardo che rivolgo non è certo quello di un datore di lavoro che si compiace dell’opera ben fatta e dei risultati ottenuti, quanto piuttosto quello di un servo del Signore inviato a sua volta con voi in questa vigna, per Servire la Chiesa insieme a voi e insieme ai cristiani delle comunità. 
  2. Ringrazio Dio per la Grazia di cui siete stati strumenti e che, con il Suo aiuto, avete offerto a tanti, con impegno e per i frutti di bene che sono maturati. Permettetemi di sottolineare ancora una volta, nel contesto di questo grazie rivolto a tutti, una speciale gratitudine per quei presbiteri che nonostante l’età avanzata continuano a offrire la loro disponibilità al servizio delle nostre comunità cristiane. Ci sono di esempio e sono una ricchezza per la nostra Chiesa. Dobbiamo imparare a valorizzare la loro esperienza e saggezza. È questo anche un modo visibile di contrastare la mentalità odierna dello scarto, soprattutto delle persone avanti negli anni, a favore di una idolatrata efficienza. Voglio anche invitarvi a ringraziare il Signore per Don Antonello Muscas e Don Claudio Marras, che celebrano durante quest’anno il loro 25mo di ordinazione sacerdotale, e vi chiedo di accompagnare nelle preghiera il diacono Don Mattia Porcu che, a Dio piacendo, ordinerò sacerdote nel prossimo mese di luglio. Cari fratelli, Il Signore conosce le fatiche di ciascuno di noi; vede le sofferenze, i momenti di disillusione e anche di peccato insieme al desiderio sincero di essere strumenti docili della Sua Grazia per il bene di tutti. Sappiamo che lo scoraggiamento può prendere il nostro cuore insieme alla delusione per i pochi frutti che ci pare di raccogliere dopo aver tanto faticato. 
  3. Esiste infatti la tentazione di rifiutarci o vedere inutile il lancio delle reti, come Simon Pietro che dopo una notte di duro lavoro in mare disse a Gesù. “Abbiamo faticato tutta la notte e non abbiamo preso niente, ma sulla tua parola, getterò le reti”. Facciamo anche noi esperienza di questa povertà: dopo aver tanto fatica e profuso impegno nella vita pastorale, sforzandoci per proporre itinerari e animare le comunità cristiane, viviamo la tentazione di ritornare a riva, di abbandonare l’impegno, di desiderare talvolta il cambio di comunità o di servizio, per allontanarci da ciò che ci sembra difficile, sognando inesistenti luoghi di tranquillità esenti da fatica; di cammini facili e gloriosi.
  4. L’esempio di Simon Pietro è paradigmatico: ci invita ad avere fiducia nella Parola del Signore che sempre viene incontro alla nostra povertà, ai nostri limiti.  In ogni presbitero che si spende per la sua comunità cristiana vi è l’incontro tra la Grazia del Signore che chiama e la libertà della risposta. Il Signore, che può fare tutto senza di noi, ha scelto di farci collaboratori, assumendo anche il nostro limite come già lo ha fatto con i suoi primi discepoli.
  5. Voglio dunque, cari sacerdoti, incoraggiarvi, spronarvi, animarvi ad avere fiducia nel Signore e non demoralizzarvi se il tanto lavoro non sembra ripagato da altrettanti frutti. Come ci dice l’apostolo Paolo, noi seminiamo, altri raccoglieranno ma è Dio che fa crescere, noi siamo solo collaboratori di Dio. (1Cor 3,5-9).
  6. Inoltre il mio incoraggiamento è anche a proseguire il cammino di maturazione di quella collaborazione che è stata autorevolmente proposta con insistenza dal nostro Sinodo Diocesano. Le chiamiamo “Unità Pastorali”, ma credo che questa definizione un po’ tecnica e fredda possa ampliarsi nell’ idea di “un nuovo modo di fare pastorale nella Diocesi”. Sappiamo bene che questo non avviene perché è scritto su un Decreto o indicato in una norma. Il lavoro più difficile è cambiare la nostra mentalità di presbiteri e lo stile pastorale. Si tratta di impostare in modo diverso il nostro modo di vedere, pensare e agire nella parrocchia, senza accontentarci del famoso e paralizzante: “Si è fatto sempre così”, per aprirci invece alla collaborazione, alla condivisione, a un nuovo modo di progettare. Come ho detto altre volte, è mia convinzione che bisogna iniziare da un nuovo stile di relazione tra presbiteri per arrivare a una matura collaborazione. Questo è il cammino che si apre dinanzi a noi e ne constatiamo la fatica e le resistenze.
  7. Il Signore ci parla oggi attraverso il Vangelo di Luca. Gesù è nella Sinagoga di Nazareth,  applica a sé stesso il testo di Isaia e ci invita, come presbiteri, a leggere la nostra chiamata alla luce di questa Parola per viverla in pienezza. Il testo del vangelo ci serve come sprone e programma di vita: portare ai poveri la Buona Notizia, annunciare la liberazione ai prigionieri e la guarigione ai ciechi, dare la libertà agli oppressi e proclamare l’anno di grazia del Signore. Isaia dice anche curare quelli che hanno il cuore spezzato e consolare gli afflitti”.
  8. In queste parole vi è riassunta la missione di Gesù e anche la nostra missione sacerdotale.  Non si tratta di impegni esteriori, che pure sono presenti nella nostra vita di presbiteri e hanno la loro importanza, sebbene talvolta prendano il sopravvento (fare cose, organizzare, avere tanti impegni). Qui il Signore ci chiede di andare al cuore della missione: essere capaci di compassione, di muovere il nostro cuore, di incontrare le persone. 
  9. Questo atteggiamento è già presente nella vostra vita di presbiteri: accompagnare le famiglie, le persone, i cristiani nei momenti di gioia, di allegria ma anche nel dolore, nel dramma personale, nel lutto. Si tratta di un esercizio quotidiano che certamente logora e che traduce in realtà concreta quello che noi ripetiamo nella Eucaristia parlando del corpo di Gesù: “prendete e mangiate”. Anche noi in qualche modo ci offriamo per “essere mangiati, consumati” dalle persone, che spesso esigono da noi presenza, attenzione, tempo.
  10. Papa Francesco, parlando ai sacerdoti, si è soffermato su alcune stanchezza che possono affiorare nella nostra vita: “la stanchezza della gente, la stanchezza delle folle”. Gesù stesso ha vissuto questa stanchezza, ma si tratta di una stanchezza positiva, buona, piena di frutti. Per il Signore, come per noi, essere disponibili era spossante, logorante (così ci dice il vangelo) ma si tratta di una stanchezza buona, una stanchezza piena di frutti e di gioia.  Sappiamo che la gente ha bisogno, ci cerca. La tentazione è quella di nasconderci, di non farci trovare, di sparire, di mettere barriere, di offrirci con “orario troppo rigidi”. Dobbiamo riflettere sul nostro stile di presenza in parrocchia, per non rischiare di far dire ai cristiani: “non si trova mai.” Vi invito a dare spazio all’incontro con le persone, ad ascoltarle.
  11. Il Papa parla di un’altra stanchezza: la stanchezza dei nemici. “Il demonio e i suoi seguaci non dormono, voglio zittire la Parola. Bisogna difendere il gregge e difendere sé stessi dal male (cfr Evangelii gaudium, 83). Credo che talvolta abbiamo fatto questa esperienza: il maligno può distruggere in poco tempo quando si è costruito con pazienza. A volte vediamo in comunità cose che non vanno, negatività. Dobbiamo fare attenzione a non strappare la zizzania insieme al grano e anche avere fiducia nel Signore che ha detto: «Abbiate coraggio, io ho vinto il mondo!» (Gv 16,33). Questa parola ci dà la forza”.
  12. “E per ultima –c’è anche “la stanchezza di sé stessi” (cfr Evangelii gaudium, 277).  È forse la più pericolosa. È la delusione di sé stessi ma non guardata in faccia, con la serena letizia di chi si scopre peccatore e bisognoso di perdono, di aiuto: questi chiede aiuto e va avanti. Si tratta della stanchezza di dare sé stessi e poi riprendersi”. Il Papa stesso cita, commentando questa stanchezza un testo dell’Apocalisse: «Sei perseverante e hai molto sopportato per il mio nome, senza stancarti. Ho però da rimproverarti di avere abbandonato il tuo primo amore» (2,3-4). Solo l’amore dà riposo. Ciò che non si ama, stanca male, e alla lunga stanca più male”.14. Come Gesù tratta queste stanchezze?  «avendo amato i suoi…, li amò sino alla fine» (Gv 13,1): la scena della lavanda dei piedi. Egli si «coinvolge» con noi (Evangelii gaudium, 24), si fa carico in prima persona di pulire ogni macchia che ci si è attaccato nel cammino che abbiamo fatto nel suo Nome
  13.   E adesso mi rivolgo in modo speciale ai cristiani che sono qui oggi per pregare e ringraziare con i propri sacerdoti ma anche a tutti i cristiani della Diocesi. Come si è detto, la vocazione presbiterale è impegnativa e non esente da fatiche fisiche e spirituali. Vi invito a circondare i vostri sacerdoti di affetto e preghiera, di aiuto e sostegno, di consiglio limpido e se necessario di critica costruttiva. Perdonarne i limiti e animarli verso un impegno frutto della preghiera e del dialogo con il Signore. Sia il presbitero che il laico devono apprendere quel dialogo costruttivo dove insieme si cerca di servire meglio il Signore e la comunità.
  14. In questa Eucaristia crismale, consacrerò e benedirò il Crisma e gli altri Oli che poi saranno consegnati ai presbiteri parroci perché li portino nelle loro comunità, li portino a voi. È qui ben rappresentato questo legame tra vescovo e presbiterio tra presbiteri e comunità. Infatti la Grazie di Dio ha voluto passare per questi segni- sacramenti di cui il Sacro Crisma e l’olio benedetto sono segno e realtà.    
  15. Infine, carissimi fratelli e sorelle, voglio comunicarvi con gioia in questa Eucaristia Solenne una notizia importante: la Visita Pastorale alle Comunità Cristiane della nostra Diocesi. Come Vescovo sono chiamato a visitare la Chiesa diocesana nelle diverse comunità parrocchiali e nelle molteplici espressioni ecclesiali. È il mio compito e insieme il mio desiderio e la mia gioia: incontrarvi come Popolo di Dio in cammino.
  16. La Visita non è anzitutto una manifestazione esterna, ma piuttosto un avvenimento che vuole esprimere l’amore e la sollecitudine di Gesù Buon Pastore. Da questa visita nessuno è escluso! Il Signore ci vuole incontrare tutti. Di ciascuno conosce il cuore, le fatiche e i limiti ma il suo amore è più grande e forte di tutto.
  17. Come Vescovo voglio dedicare del tempo a conoscere le nostre comunità parrocchiali, cercando nei limiti del possibile di inserirmi nella vita ordinaria. Ci saranno incontri e colloqui personali con le comunità e i cristiani, secondo un programma che sarà predisposto tenendo conto della specifica realtà. L’apertura ufficiale della visita sarà il 17 settembre 2018, nella Solenne celebrazione Eucaristica a Sardara per la nostra Patrona, Santa Mariaquas. Con l’aiuto di Dio inizierò la Visita nel mese di novembre, dopo la celebrazione dei Santi e la commemorazione dei fedeli defunti, secondo un calendario che sarà comunicato ai parroci e alle comunità cristiane. 
  18. Camminiamo insieme al Signore con una stessa fede e uno stesso vincolo di fraternità e amore. L’efficacia della Visita Pastorale nasce dalla grazia di Dio, Padre che dona ogni bene. Per questo dobbiamo chiedere a Lui, nella preghiera, che la parola del Vescovo, gli incontri, le celebrazioni arrivino al cuore dei cristiani e portino frutto. Il Signore ci doni il Suo Spirito. Amen!

+p. Roberto Carboni

Vescovo di Ales- Terralba